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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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venerdì 29 aprile 2011

Kronštadt: risposta al post di Lorenzo Mortara


La questione fondamentale sotto la cui luce analizzare i fatti di Kronstadt è correttamente posta dall'articolo, sempre presente su questo blog, di Lorenzo Mortara. La visuale è infatti quella della persistenza della guerra civile, quando i fatti in questione si svolsero. Infatti, fino al 1923 il Generale bianco Pepelyalyev proseguì la sua resistenza nel distretto di Ayano-Maysky, mentre fino al 1922 rimase in piedi il governo provvisorio di Priamur, con capitale Vladivostock, in mano ai bianchi. In parallelo con la persistenza di tali sacche di resistenza bianca, va ricordato che Wrangel, dopo la sconfitta di Crimea del novembre 1920, era fuggito in Turchia con svariate migliaia di combattenti bianchi, esperti veterani della guerra civile, e da lì a poco avrebbe fondato l'Unione Militare di tutte le Russie, un'organizzazione finanziata da Francia e Gran Bretagna, che aveva l'obiettivo esplicito di infiltrarsi in Unione Sovietica per riavviare la guerra civile. Se, approfittando della confusione susseguente alla rivolta, un corpo di spedizione bianco fosse riuscito a creare una testa di ponte a Kronstadt, collegandosi con le sacche di resistenza bianche ancora in piedi, allora la guerra civile sarebbe durata ancora molto a lungo, con ulteriori grandi sofferenze per la popolazione civile in tutto il Paese. Non si può quindi che concordare con Lorenzo Mortara quando evidenzia la necessità vitale, per la rivoluzione bolscevica ancora alle prese con un nemico interno da sconfiggere, di cancellare con la forza la rivolta di Kronstadt, quando i rivoltosi rifiutarono di arrendersi. Questo episodio, tragico e sconvolgente per la coscienza di qualunque comunista, fa prutroppo parte della crudeltà di una guerra civile.
Va anche detto che, fin dall'inizio, la caratteristiche della rivolta di Kronstadt non furono chiare. Se è vero che aveva tratti libertari molto chiari, è anche vero che non si trattava affatto di una rivoluzione anarchica in senso pieno. Se gli anarchici giocarono un ruolo decisivo nel promuovere la rivolta e nel disegnare i tratti del programma dei rivoltosi, va detto che, nel Soviet di Kronstadt, gli anarchici erano minoritari, poiché la maggioranza era nelle mani dei socialisti rivoluzionari massimalisti e dei menscevichi internazionalisti. Correnti politiche che non di rado avevano strizzato l'occhio a forme di democrazia borghese, sia pur accompagnate da importanti obiettivi redistributivi. La presenza di tali correnti politiche nel Soviet di Kronstadt non poteva non preoccupare chi, come i bolscevichi, perseguiva obiettivi di rivoluzione socialista. Il carattere non pienamente anarchico della rivolta si legge nei 15 punti del proclama dei rivoltosi, secondo i quali si intende realizzare una forma di governo che, sia pur improntata al trasferimento del potere verso il basso, alla democrazia diretta ed al federalismo, non contiene alcun riferimento esplicito a forme di socializzazione della produzione e della vita civile, il che dovrebbe essere un tratto caratteristico di una costruzione pienamente anarchica.
Peraltro, riprendendo le idee di Proudhon compendiate nel detto "la proprietà è libertà" (dopo che Proudhon stesso, anni prima, aveva affermato esattamente il contrario; vale la pena di dire che il pensiero di Proudhon è talmente elastico che persino uno come Bettino Craxi ne fu seguace convinto) il proclama di Kronstadt prevedeva esplicitamente la concessione della proprietà dei mezzi di produzione per contadini ed artigiani, anche se da esercitare senza il supporto di lavoro salariato. E' facilmente intuibile però che, qualora la rivolta di Kronstadt si fosse allargata ad altre aree dell'Unione Sovietica, le esigenze di un sistema economico non più limitato ad una piccola cittadella, ma ad un enorme Paese con milioni di abitanti, avrebbe richiesto necessariamente alcune forme di lavoro salariato (per esempio nel sistema dei trasporti che avrebbe dovuto collegare le varie Comuni confederate). La persistenza di proprietà privata e di lavoro salariato avrebbe così finito per riprodurre una certa forma di capitalismo, sia pur diverso da quello che conosciamo. In altri termini, se si vuole uscire dal capitalismo ed instaurare forme di governo socialiste, non è possibile prescindere dalla dittatura del proletariato. Questo ci insegna Kronstadt.
Infine, il motivo più grande di preoccupazione che i bolscevichi potevano a giusto titolo avanzare era che la rivolta di Kronstadt era alimentata, da un lato, da un sincero impeto ideologico, ma d'altra parte era alimentata da motivazioni molto più pratiche, ovvero la fame e la miseria inevitabilmente connesse con una rivoluzione ed una lunga guerra civile (che aveva seguito un'altrettanto lunga guerra mondiale). Numerosi marinai di Kronstadt raccontarono di essersi uniti alla rivolta perché scandalizzati dalle condizioni di miseria assoluta in cui versavano le loro famiglie e le loro città, quando tornavano a casa per periodi di licenza. A tal proposito lo stesso Trotsky ammise, in forma autocritica, che se la NEP fosse stata introdotta qualche mese prima, e le requisizioni alimentari fossero terminate prima, forse la rivolta di Kronstadt non vi sarebbe stata. Ad ogni modo, è chiaro che una rivolta guidata in larga misura, per una buona parte di chi vi aderì, da necessità concrete, prima ancora che da obiettivi politici ed ideologici, richia di degenerare rapidamente, perdendo di vista gli obiettivi politici e gli ideali, in nome del famoso detto "Franza o Spagna, basta che se magna". E questa natura emergenziale, ideologicamente spuria della rivolta di Kronstadt, dove ad obiettivi politici si mescolava la semplice richiesta di pane e benessere materiale, non poteva che preoccupare chi invece era impegnato nella costruzione di un nuovo sistema economico e sociale.
Tutto ciò ovviamente non giustifica la brutale e sanguinaria repressione che si fece dopo la battaglia finale, uccidendo semplici civili (anche quelli che fin da subito si arresero all'Armata Rossa) e perseguitando tutti coloro che avevano preso parte alla rivolta. Personalmente, credo che il punto di svolta, che cancellò la natura socialista della rivoluzione d'ottobre, e che aprì la porta alla centralizzazione burocratica dello Stato sovietico, e quindi allo stalinismo, non fu tanto nell'aver sffocato con la forza la rivolta di Kronstadt, quanto piuttosto nella feroce ed inutile repressione successiva.
Riccardo Achilli

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