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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 13 aprile 2011

LA MANIFESTAZIONE DI SAN PRECARIO


di Lorenzo Mortara

Letto l’editoriale di Italia Futura della triade Ichino, Montezemolo e Rossi, la cupola dei precari s’è detta pronta al confronto. E chi è pronto per le chiacchiere è notoriamente impreparato per lo scontro. Si è preparato per tutto, tranne che per l’unica cosa che conti: lottare!

I precari son felici che tre iene abbiano “raccolto lo stimolo” venuto dalla piazza il 9 Aprile scorso, e lo sarei anche io se anziché offrirglielo, se lo fossero tenuto tutto per scaricare alla prima occasione una tremenda vendetta intestinale sulla trimurti...

I precari non scendono in piazza «contro qualcuno», di conseguenza la colpa del precariato non è di nessuno. Anche se per fortuna si rifiutano di contrapporre i garantiti ai non garantiti, cioè i precari a tempo indeterminato ai precari veri e propri, disgraziatamente vogliono risolvere il loro problema sul terreno dello sviluppo, che altro non è che lo sviluppo della precarietà...

Se le politiche degli ultimi 15 anni hanno realizzato una «flessibilità monca», ad esclusivo vantaggio delle imprese, la manifestazione di San Precario non vuole troncarla del tutto, ma dividerla equamente con le imprese, perché finalmente diventino precari anche i padroni! Purtroppo per i precari, le imprese stravinceranno sempre finché si troveranno di fronte avversari tanto smidollati, da puntare già in partenza a un miserabile pareggio.

Nella testa idealista dei promotori della giornata di San Precario, «lo sviluppo e la competitività di un paese democratico non possono essere incentrati sulla concorrenza sui costi del lavoro», nonostante sia quello che ha fatto e che continuerà a fare la Confindustria finché la precarietà le garantirà profitti da capogiro come negli ultimi 15 anni. Solo per chi si rappresenta nella sua fervida immaginazione un mondo nuovo tanto capitalistico quanto quello vecchio, il lavoro può essere il motore di una crescita equa. Nella realtà il lavoro è il motore di un’estrazione sempre più iniqua di plusvalore. Non è mai stato il motore di ricadute virtuose. Il famoso quanto cretino trickle down effect non è mai esistito. È solo il vizio di fondo dell’analisi borghese e piccolo borghese che tralascia di dire come dietro le gocce dei profitti a cascata destinati ai “privilegiati” del Nord, ci sia il deserto di tutti i Sud del mondo inariditi e disidratati dallo sfruttamento dell’imperialismo globale.

Versione moderna di liberté, egalité, fraternité, i precari per rilanciare il paese hanno bisogno di altrettante e pompose categorie liberal, speranza, fiducia e opportunità, così si rivolgono agli industriali che gliele hanno tolte! Per far contenti i padroni cantano in coro il mantra sindacal-burocratico di Innovazione Ricerca & naturalmente Sviluppo affinché dia propulsione e dinamismo al mercato del lavoro. Sembra non si siano accorti di come il mercato del lavoro sia già stato accelerato alla velocità della luce dalla precarietà che i padroni usano e gettano, dimostrando, nei fatti, come la merce-lavoro valga meno della carta igienica che gli fanno produrre a strappi.

I precari vogliono un «mercato del lavoro aperto ma che abbia regole precise e semplici, a tutela delle persone prima che del mercato». Tuttavia, finché l’uomo sarà commerciabile, ogni persona sarà subordinata al mercato. Pretendere il contrario è come fondare una regola su un’eccezione che oltretutto non si verificherà mai. Chi non vuole togliersi dal mercato del lavoro, ma solo apprezzarsi meglio, è giusto che paghi le conseguenze della sua svalutazione cerebrale.

La manifestazione di San precario non vuole regolare i conti con i capitalisti, ma farli sbagliati con una presunta classe politica dirigente miope e sorda. Che la stalla parlamentare sia il ritrovo per gente platealmente handicappata non avevamo dubbi, ma l’handicap non sta nella cecità dei suoi cinque sensi, sesto compreso, ma nell’impotenza di una dirigenza che non dirige nulla perché eterodiretta. L’unica classe dirigente che abbiamo in Italia sono i padroni. Il parlamento è solo il teatro delle marionette legate a doppio filo col Capitale.

Mancando il bersaglio, i promotori della manifestazione di San Precario, hanno dato l’opportunità alle loro sanguisughe di prendere la mira, colpendoli e affondandoli un’altra volta.

Infatti, le tre bestie che hanno raccolto lo stimolo venuto dai precari, l’hanno subito scaricato nel gabinetto dei politici, coi quali hanno pienamente condiviso, concertato e soprattutto finanziato, le scelte degli ultimi 15 anni. La responsabilità è prima di tutto loro, poi dei loro servi.

Così invece, ripulito l’intestino ma lasciato il pelo sullo stomaco, pronti a ricominciare il pasto quotidiano di precari, i cannibali di Italia Futura possono presentarsi come i salvatori dei poveri precari, martoriati dall’inettitudine dei borghesi da Parlamento. La ricetta per rosolarli un’altra volta a dovere è servita.

Innanzitutto guai a pensare di sfuggire alla precarietà rifugiandosi nella scorciatoia dell’assistenza pubblica, piuttosto morire di stenti. Da notare che la predica viene da falliti che prima ancora della bancarotta hanno già il loro Stato pronto ad assisterli con incentivi e a consolarli con altrettanti soldi. Se il capitalismo fosse in grado di offrire ai precari un lavoro stabile, nessuno di loro si rifugerebbe nell’assistenza pubblica. La scorciatoia scomunicata dai tre sacerdoti del liberalismo ai tempi dei monopoli, è solo il giro dell’oca fatto dai borghesi per dire ai precari che non saranno mai in grado di offrirgli un posto fisso qualunque.

Ai padroni non entra in testa, nonostante sia vuota, ma per noi marxisti è semplicissimo: o il capitalismo è in grado di offrire un posto dignitoso e stabile ai precari, o i precari hanno tutto il diritto e persino il dovere di far l’impossibile per imboscarsi in un qualunque pubblico ufficio. Ne va della loro vita. Non sono loro i parassiti. Da proletari qual sono, infatti, mangeranno sempre del loro, anche se indirettamente. Sono i capitalisti, assistiti e non, a mangiare sempre a sbafo.

Per i tre moschettieri liberal bisogna battere la precarietà – s’intenda bene il significato di battere! – mantenendo e anzi irrobustendo i margini di flessibilità. In altre parole, sconfiggere la precarietà raddoppiandola. Per un rialzo del genere, però, ci vuole un contratto che a parole è a protezione crescente per i lavoratori, nei fatti invece è a protezione crescente per le imprese. Con tale contratto si vorrebbe arrivare a una protezione “alla scandinava” se solo non ci fosse di mezzo il marxismo maledetto con le sue solite obiezioni ideologiche. Il contratto scandinavo darebbe, per chi ce l’avrà, «occupazione a tempo indeterminato per tutti e piena protezione contro le discriminazioni e contro i licenziamenti disciplinari ingiustificati, ma nessuna inamovibilità per motivi economici e organizzativi». Come se il 90% dei licenziamenti politici e disciplinari ingiustificati, non fossero da sempre giustificati con motivi economici e organizzativi. Ai tre caballeros a cavallo dei precari, forse bisognerebbe rinfrescare la memoria, ricordando che dopo la marcia dei quarantamila, la Fiat di papà Agnelli, armò il braccio di Romiti per lasciare a spasso per motivi economici, gli operai politicamente più attivi e naturalmente indisciplinati, cioè più coscienti.

Ma dove il contratto alla scandinava si mostra per il solito contratto Treu-Biagi, è nel trattamento complementare di disoccupazione e in altri favolosi gadget compensativi. Infatti tali oneri, calcolati allo 0,3% della retribuzione lorda, sarebbero appioppati in toto al Fondo Sociale Europeo – suono di fanfare! – e cioè allo stesso proletariato tutto, precario o meno, che deve insomma pagarsi da sé l’affrancamento dalla precarietà e dalla schiavitù a progetto, perché l’Italia Futura, proprio come quella presente, senza quell’assistenza tanto bacchettata quando assiste altri, da sé non sborserà una lira, anche se continuerà, come un covo di rimbambiti qual è, a scrivere di aver lo stesso chissà quali maggiori oneri!

I precari innamorati della “pareggite”, forse in questo momento esulteranno: almeno uno scambio alla pari! Giovani come sono possiamo perdonarli se cantano un po’ troppo presto. Infatti, dopo avere coperto tutte le spese coi soldi degli altri, tre geni della matematica hanno ancora bisogno, a bilancio, di una copertura per le maggiori spese! E le maggiori spese di chi non ne ha avuta manco una minore, sono solo la copertura per un altro piccolo profitto da estorcere ai lavoratori, attraverso un atto di solidarietà intergenerazionale verso la cosca dei padroni. Non è giusto infatti scaricare tutto il peso della precarietà sulle nuove generazioni, un anno almeno si può scaricare su quelle vecchie, togliendo un anno di pensione ai padri in cambio di un impegno solenne quanto vuoto per una concreta prospettiva di pensione e stabilità per i figli. Ma siccome i figli precari fanno già fatica ad essere tali senza uscire del tutto dal mercato del lavoro, trovandosi tra le balle per un altro anno i genitori, come concorrenti, ecco che la protezione alla scandinava riuscirà nell’impresa, fortemente voluta da Italia Futura, di dare precarietà in pianta stabile a tutta la famiglia.

E che la famiglia sia quella del proletariato, Italia futura non lo dice, preferendo far credere ai precari che esista uno scontro generazionale anziché di classe. Figli e padri proletari non hanno alcuno scontro generazionale tra loro, ma uno storico coi figli e padri borghesi, i quali infatti problemi di precariato e di pensione non ce li hanno. Non c’è bisogno che padri e figli della nostra classe si strappino dalle mani gli ultimi posti di precariato rimasti. È sufficiente che strappino un 25% in più di salari al vertiginoso incremento di produttività degli ultimi vent’anni, finito tutto nelle tasche padronali. Perché i paladini della meritocrazia non vogliono riconoscere alcun merito ai salariati per i loro ultimi, vergognosi profitti. Se lo riconoscessero, del resto, calerebbero i loro profitti. Bisogna anche aggiungere che l’aumento della produttività, è l’altra faccia della riduzione dei tempi di produzione. E la riduzione dei tempi di produzione porta logicamente il proletario a ridurre l’orario di lavoro da 40 a 30 ore, risolvendo pressoché in blocco il problema del precariato e quello dell’assistenzialismo pubblico che non andrebbe più in là delle nuove necessità medie.

Purtroppo, per il proletariato, la sua logica è illogica per i padroni, e il nuovo diritto del lavoro bisognerà conquistarselo come quello vecchio. Lasciarlo riscrivere agli Ichino è il sogno dell’Italia Futura e di tutti gli imbecilli che pensano che i propri interessi possa farli al meglio qualcun altro. La borghesia riscrive il suo diritto del lavoro cancellando il nostro. Il nostro, per fortuna, non si è mai scritto da nessuna parte, si è imposto con la forza bruta. A quel punto, per codificarlo, son giunti gli Ichino a trascriverlo su un registro ignorandone la Storia. Da allora è nato un corso d’ignoranza storica che prende il nome di laurea in diritto del lavoro. Il guaio è che trattasi di diritto borghese del lavoro, non di diritto universale. E ogni borghese come Ichino, per noi, è solo un analfabeta del diritto proletario del lavoro. Non possiamo, dunque, farcelo riscrivere da un somaro che ancora non ha capito che i borghesi come lui non scrivono mai niente, perché confondono la loro penna con la Storia che va indietro risucchiandogli l’inchiostro messo sui suoi registri dal sangue di qualcun altro.

Resta da capire, invece, perché i precari ci tengano tanto al confronto con un pappagallo ripetente le più odiose misure padronali contro di loro. Leggendo i nomi del Comitato promotore della Manifestazione di San Precario, si può intravedere la risposta. Tra i quattordici organizzatori, a parte un unico eroico interinale portuale, ci sono archeologi freelance, pubblicisti scordati, ricercatori perduti, apprendisti burocrati, azzeccagarbugli, teatranti di Stato (sempre il loro), assegnisti di ricerca, cioè precari in cerca di un assegno, sfigati dei call center, redattrici a tempo perso, addirittura scrittrici che in quanto precarie non vedono l’ora di scrivere a tempo pieno sotto padrone e, dulcis in fundo, un imprenditore! Mancano i precari da fabbrica, i veri figli della legge Biagi. Il Comitato promotore della Manifestazione di San Precario, dunque, rappresenta i precari ma non troppo, i precari che non vogliono sporcarsi troppo le mani, ecco perché vuole rivitalizzare un’intera società che sta morendo, perché magari, anche solo per un pelo, ci fa sempre parte.

I precari veri non sono certo tristi perché la società sta morendo. Sanno però che non ci sarà da stare allegri fino a quando non gli daranno la zampata decisiva che la spedisca nella pattumiera della Storia. Altro compito non hanno. Purtroppo, in piazza col loro dramma, è andata in scena anche questa commedia organizzata dai vertici.

Se la vita non aspetta, i promotori facciano quello che credono, ma i precari la piantino subito di volerla rivendere ai padroni alla meno peggio. Perché il tempo, nostro o vostro, è pur sempre denaro, e quindi sarà sempre loro.

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