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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 10 aprile 2011

I CONSIGLI DI FABBRICA IN ITALIA

di Alfonso Leonetti*


* «Les conseils d’usine en Italie». Apparso nel numero speciale di Autogestion et socialisme dedicato all’Italia e curato da R. Massari, Anthropos, Paris 1974, pp. 19-26. È la versione rivista e con una nuova introduzione di un testo apparso in Pensée socialiste, maggio 1946, n.4. Trad. di A. Marazzi (potete richiedere il libro da lei curato, di cui qua sotto vedete la copertina, alla MASSARI EDITORE. Troverete questo testo al suo interno).



«Autogestione e socialismo» era il il contenuto e il programma stesso di Pensée Socialiste, la rivista fondata e diretta a Parigi da Jean Rous, alla fine della Seconda guerra mondiale e della Resistenza, nel 1946-1948. Facevo parte di questa rivista, di cui ero il principale collaboratore per l’Italia. Il nostro scopo era «un rinnovamento del socialismo», a partire dai Comitati d’azienda, vale a dire dalle unità di produzione: le fabbriche. Ciò significava tornare all’idea della democrazia operaia o alla democrazia dei produttori. La nostra preoccupazione era, allora, di evitare che la ricostruzione, dopo la guerra e la caduta del nazifascismo, si traducesse in una restaurazione capitalistica sulle spalle dei lavoratori. Non si trattava affatto di sostituire ai membri del Consiglio d’amministrazione borghese un tipo di operaio amministratore o controllore dell’azienda (come la nazionalizzazione delle Usines Renault). I problemi del controllo operaio, delle nazionalizzazioni, dell’autogestione stessa erano - e sono tuttora - inseparabili dal compito fondamentale di organizzare la rivoluzione socialista e lo Stato operaio, per sua natura, internazionale.

Noi consideriamo questo «il principale dovere della fase attuale». Gli anni che, poi, si sono susseguiti, non hanno fatto altro che confermare questa esigenza storica.

Nel quadro di questo programma e di questa prospettiva, Pensée Socialiste del maggio 1946 (n. 4) pubblicò il mio articolo, che si leggerà di seguito, su «I Consigli di fabbrica in Italia».

Al termine di questo articolo scrivevo nel 1946:

«Il giorno in cui gli operai italiani potranno disporre veramente di se stessi (gli alleati angloamericani, ma soprattutto gli americani, facevano ancora gravemenete pesare la loro presenza in Italia) è certo che la ricca esperienza dei Consigli di fabbrica tornerà pienamente attiva e mostrerà tutta la sua efficacia per la riedificazione della penisola».

Ebbene! Ecco: malgrado tutti i freni e le imposture, gli operai italiani stanno riscoprendo i «Consigli di fabbrica». L’attuale movimento dei «delegati operai» in Italia non è ancora, certamente, quello dei «Consigli di fabbrica» degli anni 1919-1920, ma si muove, deve muoversi in questo senso, se vuole assolvere il suo ruolo di movimento liberatore dei salariati dallo sfruttamento capitalistico.

Dalla Fiat e la Pirelli al Nord, fino allo stabilimento siderurgico dell’Italsider di Bagnoli al Sud, assistiamo oggi, in Italia, a una rinascita delle forme di democrazia operaia, che il proletariato russo, dopo la Comune di Parigi, ci ha trasmesso con le sue rivoluzioni del 1905 e del 1917. Le vie e i mezzi per la realizzazione e il trionfo di queste forme sono, è vero, ancora da individuare (e ciò riguarda non solo l’Italia, ma anche altri paesi, soprattutto in Europa). Comunque, il fatto stesso che si torni a ricercare una via d’uscita al caos del mondo contemporaneo attraverso i «Consigli» è un segnale certo di vittoria del socialismo sul capitalismo.


* * *


Pia Carena, compagna di Alfonso Leonetti

Di tutte le esperienze dell’altro dopoguerra, quella dei consigli di fabbrica in Italia occupa nella storia operaia un posto particolare. Se il movimento italiano dei Consigli di fabbrica sembra aver tratto la sua ispirazione dalla Rivoluzione russa, il suo merito è di aver dato una forma nazionale all’idea universale di Soviet.

In che consiste questa incarnazione «italiana» dell’idea di Soviet?

In Italia esisteva già un organismo rappresentativo delle masse: la cosiddetta «Commissione interna». Invece di avere dei semplici delegati sindacali, in ogni fabbrica veniva nominata una commissione operaia, composta dai militanti migliori. Queste commissioni erano state create durante l’altra grande guerra, nel 1914-1918, di comune accordo tra il padronato e le organizzazioni operaie, che facevano parte dei Comitati di mobilitazione, sebbene il Partito socialista italiano e la Confederazione generale del lavoro fossero contrari alla guerra.

Queste commissioni dovevano essere degli strumenti di collaborazione tra le organizzazioni operaie e il padronato, alfine di impedire gli scioperi e d’assicurare, senza discontinuità, la produzione di guerra. Ma si verificò il contrario. Le commissioni interne divennero degli strumenti di direzione della lotta di classe in una fase, quella della guerra, in cui le organizzazioni sindacali e politiche erano messe fuori legge. Basti ricordare che quando nel 1917 Torino insorse reclamando la fine della guerra e la sua Borsa venne saccheggiata, bruciata e occupata dalla polizia, mentre i dirigenti del movimento operaio erano imprigionati, l’azione delle commissioni interne permise di assicurare la vita delle organizzazioni operaie e di mantenere il legame tra tutti i lavoratori, il che impedì la dispersione.

Venne la pace. La Rivoluzione russa sconfinò in Europa come un fiume di lava provocando ovunque profondi rivolgimenti. L’Italia ne fu completamente sconvolta. E Torino divenne la capitale - la «Mecca» come si disse allora - del movimento rinnovatore. Ciò non fu frutto del caso.

In meno di un quarto di secolo, Torino, da semplice città di funzionari, era diventata uno dei più grandi centri industriali d’Europa. in particolare la città dell’automobile. L’università seguiva il movimento delle fabbriche. Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca, Umberto Terracini, Giuseppe Romita, Umberto Calossi, Piero Gobetti, Giuseppe Saragat, per citare solo i più noti, in Francia, non erano ancora che dei giovanissimi studenti alla Facoltà di Torino. Non avevano seguito tutti lo stesso cammino di fronte ai problemi della rivoluzione italiana, ma tutti avevano subìto la stessa spinta del socialismo internazionale. Antonio Gramsci, allora non ancora trentenne, é stato comunque l’unico intellettuale che abbia arricchito il marxismo. La sua rivista l’Ordine Nuovo divenne sia un centro d’elaborazione teorica, sia un centro organizzativo. Attraverso il suo esempio e la sua storia, dimostrò in maniera sorprendente ciò che si può fare con un settimanale, scritto in un linguaggio e in uno stile letterari, quando le sue idee esprimono i bisogni delle masse e le soluzioni che aprono loro delle nuove prospettive.

L’idea centrale dell’Ordine Nuovo fu il Consiglio di fabbrica, in quanto organo rappresentativo delle masse lavoratrici e dell’autogoverno operaio. Ma non esistevano già le «commissioni interne»? Vi è stato bisogno di una lunga lotta ideologica e organizzativa prima di arrivare a sostituire le «commissioni interne» con i Consigli di fabbrica. Le «commissioni interne» assolvevano alla funzione di delegati sindacali. Erano composte solo da operai sindalizzati e avevano il compito di controllare l’applicazione degli accordi sindacali. Al contrario, ispirandosi sia all’esempio russo sia a quello degli shop stewards in Inghilterra, il Consiglio di fabbrica doveva essere eletto reparto per reparto e da tutti gli operai, organizzati e disorganizzati; Ciò che faceva dire agli avversari dei Consigli (i vecchi socialriformisti): «voi così premiate i disorganizzati».

Si trattava proprio di dare a questi operai non organizzati un vincolo e uno strumento che permettesse loro di esprimersi. Il compito degli operai sindacalizzati e dei militanti rivoluzionari consisteva, attraverso la loro azione e il loro esempio, nel guadagnarsi la fiducia dei lavoratori che non appartenevano ad alcuna organizzazione politica o sindacale: la fiducia dell’insieme della massa operaia.

In poco tempo, ogni reparto ebbe il suo commissario eletto dalla totalità degli operai. (Lungo le linee di lavoro e durante il lavoro stesso, un operaio passava tra i compagni e raccogliva nel suo berretto i biglietti sui quali veniva scritto il nome del candidato). I Commissari di reparto nominavano il loro Comitato esecutivo: il Consiglio di fabbrica, che aveva a disposizione un locale per riunirsi.

Tutti i Consigli di fabbrica furono poi raggruppati al livello orizzontale e verticale. La loro efficacia si esprimeva in ogni campo: il numero delle controversie tra operai e padroni diminuì; la produzione aumentò; al sistema dei premi individuali si sostituì quello dei premi collettivi per reparto. Le rivalità corporative cessarono; il numero degli iscritti ai sindacati aumentò; le condizioni di sicurezza e di lavoro migliorarono.

Gli operai sentivano di non essere più delle semplici appendici delle macchine; prendevano sempre più coscienza del proprio ruolo nella produzione. Si era ormai creato un dualismo di poteri: da un lato gli operai, portatori di nuovi valori; dall’altro il padronato, geloso dei suoi privilegi e del suo potere assoluto.

Chi avrebbe prevalso?

Il conflitto non tardò a scoppiare. Ebbe come origine un fatto apparentemente banale: l’applicazione dell’orario estivo, nell’aprile del 1920. Alcuni industriali avevano pensato bene di prendere tale decisione senza consultare il Consiglio di fabbrica. Era una sfida a tutta la classe operaia che rispose immediatamente con uno sciopero geneale. La partita fu comunque rimandata a settembre, quando il movimento operaio italiano fu spinto all’occupazione delle fabbriche.

Questa volta non si poteva più esitare. Il problema del potere era ormai posto e bisognava risolverlo.

Sfortunatamente, i Consigli di fabbrica non erano riusciti a estendersi al di fuori di Torino. La Cgl e la direzione del Partito socialista, per conservatorismo burocratico, avevano costruito intorno il muro della loro opposizione. Così gli operai torinesi, proprio come durante lo sciopero precedente di aprile, furono praticamente soli, nel settembre del 1920, a concepire l’occupazione come il prologo di un’azione insurrezionale che avrebbe dovuto portare alla presa del potere.

Padroni delle fabbriche, cercarono di organizzare la produzione e di aumentarla. Nella sola Fiat, il numero delle vetture automobilistiche prodotte al giorno superò di molto quello delle vetture prodotte in precedenza. I tecnici fecero causa comune con gli operai e questo non fu certo il loro minor successo! In mancanza di denaro per pagare i salari, i Consigli di fabbrica emisero dei «buoni» (veri titoli di credito) che ebbero libero corso e trovarono grande credito presso i negozianti solidali con gli operai. La produzione, la circolazione, il consumo erano dei problemi gravi e inquietanti; ma non erano i soli. Il più duro era quello della difesa militare. Oggi si sa che in piena occupazione tedesca gli operai della Fiat hanno lavorato giorno e notte alla fabbricazione di tanks clandestini, che hanno fatto uscire il giorno dell’insurrezione. Ebbene! Si può esser certi che questi operai avevano appreso la loro capacità insurrezionale nel corso della «prova generale» del settembre 1920, in cui i Consigli di fabbrica avevano dovuto svolgere anche un ruolo militare al fine di difendere le istituzioni proletarie dagli eventuali attacchi delle forze armate dello Stato.

Ma invece dell’attacco del nemico sopravvenne la capitolazione dall’interno stesso del movimento operaio: il compromesso.

Le fabbriche furono evacuate dagli operai e in compenso fu loro offerto il «controllo sindacale» della produzione che fu prosentato come una grande conquista rivoluzionaria. Non era altro che un imbroglio e l’avanguardia operaia ne fu immediatamente consapevole.

A Torino, i padroni della Fiat, prima di riprendere il loro posto alla testa dei loro stabilimenti, tentarono un’ultima manovra per deviare gli operai dalla lotta di classe: gli proposero di gestire in cooperativa le loro fabbriche. I Consigli operai rifiutarono. Avrebbero evitato il colpo di Stato fascista se avessero acconsentito a lavorare in cooperativa con i loro padroni? L’esperienza tedesca e austriaca e quella di tutti i paesi in cui la pratica della socialdemocrazia ha prevalso durante l’altra grande guerra, ha provato che non si evita la reazione con delle mezze misure, ma che al contrario la si favorisce, indebolendo e disorientando le forze operaie.

I Consigli di fabbrica in Italia hanno dunque conosciuto la disfatta. Sconfitti dopo lotte eroiche e indimenticabili, essi furono eliminati innanzitutto atttraverso il sistema delle «liste nere», sulle quali i padroni fecero segnare i nomi di tutti gli operai indesiderabili. Poi attraverso la soppressione di tutti i diritti di associazione e di organizzazione con l’avvento del fascismo al potere.

E così è stato per oltre vent’anni, fino al giorno dell’insurrezione del 25 aprile 1945 che ha messo fine al regime fascista.

Dopo la liberazione, la prima istituzione che è nata dalle ceneri del movimento operaio è stata, in ogni fabbrica, la «commissione interna».

Ma l’esperienza dei Consigli di fabbrica era ancora viva nella coscienza operaia. Quindi, le «commissioni interne», sin dalla loro costituzione, hanno avuto la tendenza ad aumentare il proprio potere e ad affermarsi in quanto organismi rappresentativi delle masse lavoratrici. Ma gli Alleati erano qui e vegliavano sul nuovo orientamento dell’Italia democratica e operaia. Si «regolamentò» subito e si «disciplinò» il potere dei Comitati di fabbrica. Questi in fondo non sono più liberi dei Comitati di gestione in Francia. In generale, hanno un ruolo consultivo.

Il giorno in cui gli operai italiani potranno veramente disporre di se stessi, è certo che la ricca esperienza dei Consigli di fabbrica sarà di nuovo attiva e mostrerà tutta la sua efficacia per la riedificazione della Penisola.

1 commento:

Lorenzo Mortara ha detto...

Qui trovate un'intervista al Garino che completa il testo di Leonetti col punto di vista anarchico

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/003/3_02.htm

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